Una 500 diventata vero simbolo di lotta
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Riportiamo l'articolo del giornalista Pierandrea Camelia che lo scorso weekend ha partecipato al raduno di Ceva. La manifestazione è stata la prima tappa dell'atteso #500Restylingintour organizzato da Rhibo e Fiat 500 Club Italia con lo scopo di portare al massimo splendore una 500 davvero speciale. 

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CEVA - Domenica 11 settembre Fabrizio Torsi, presidente dell’associazione paraplegici di Livorno, era un fiume in piena, carico di quell’entusiasmo e di quella passione che ha ereditato da Gabriella Bertini. Una delle prime attiviste in Italia che si è battuta per i diritti dei disabili, per dar loro la possibilità di curarsi e soprattutto di vivere la propria vita come “persone normali”. Proprio sul tema della normalità Torsi è tornato più volte, sia spiegando l’iniziativa in piazza durante l’inaugurazione del “Fiat 500 Restyling Tour” che nella breve conferenza stampa, prima di pranzo, al Ristorante Sanremo. «Questa 500 è già un simbolo di lotta e di passione e portarla per l’Italia, parlando con la gente e spiegando cosa facciamo, ci permette di dare un segnale di normalità. Noi oggi siamo cinquecentisti e non disabili, siamo integrati in questo mondo e ringraziamo la Rhibo e il Fiat 500 Club Italia per averci dato questa opportunità e perché ci seguiranno in questo nostro 
cammino. Noi chiediamo la piena autonomia e di poter vivere la nostra vita. Questa è una spinta a fare l’impossibile, a restituirci la dignità».

Un’autonomia che ha avuto Gabriella Bertini, nata nel 1940 nella piccola Dicomano ed orfana di padre per via della Guerra: a soli tredici è rimasta improvvisamente paralizzata per una trombosi spinale e per cinque lunghi anni è stata praticamente chiusa in casa, in un letto perché in Italia di paraplegia si sapeva poco o nulla. Dal 1953 iniziò a lavorare come segretaria del Prof. Milani Comparetti al Centro di Educazione Motoria per bambini spastici della CRI “Anna Torrigiani”di Firenze, qui venne a conoscenza del centro di Stoke Mandeville. «Nel 1971 in quella località inglese si organizzarono le prime Paralimpiadi, Gabriella andò a vederle ed a studiare cosa si faceva - ci spiega Fabrizio Torsi -. Là i disabili giocavano e vivevano, da noi morivano. Bisognava fare tutto il possibile per importare quel modello».

rhibo5002.jpgLa Bertini nel frattempo aveva già combattuto per la creazione di una casa famiglia, aveva conosciuto l’amore di tutta una vita, Beppe Banchi, e lottato contro il parere dei famigliari per comprarsi una 500 nel 1965 che le permettesse di raggiungere il posto di lavoro in autonomia, di organizzare riunioni ed incontri con i genitori dei bambini spastici e di raggiungere i politici. Era la prima in Italia a guidare una macchina con comandi manuali. Alla fine del 1970 aveva organizzato una forte mobilitazione per far rispettare al Comune di Firenze la legge 482 sul collocamento obbligatorio delle persone invalide. La creazione del Comitato per la Riabilitazione nel 1972 portò alla costituzione del reparto nel CTO di Firenze nel 1978 ed un anno dopo la Bertini fu ricoverata per tre mesi nella tedesca Heidelberg: «Molti italiani si facevano curare lì e Gabriella iniziò uno sciopero della fame che fece scalpore, quando seppe di un bambino romano di otto anni con una piaga che gli arrivava fino alle viscere. Era questa la condizione degli italiani, completamente abbandonati dalla Sanità- spiega ancora il livornese Torsi -. Lei ha seminato molto anche negli anni successivi: io l’ho conosciuta nel 1986 durante l’occupazione della Regione Toscana per ampliare i posti letto nel reparto di Unità Spinale, quando per protesta gettò dalle scale la sua carrozzina. Ha parlato per tutti noi, ci ha insegnato come fare, ha creato unità spinali e un centro come “Casa Gabriella”, ha lottato per l’eliminazione delle barriere architettoniche e la sua opera continua ancora adesso».

Il suo motto era “ribellarsi è giusto, organizzarsi è fondamentale”. Gabriella Bertini è mancata nell’aprile 2015, ma è ben viva nel ricordo di Fabrizio Torsi: «Ci ha insegnato a lottare e con la sua 500 andava avanti indietro da Firenze a Roma per trattare con i politici e spiegare al ministro Donat Cattin la condizione in cui versavano i disabili italiani: quella vettura è un simbolo della sua sfida al mondo e della sua voglia di vivere. Quando nel 2012 me l’ha affidata, l’ho guidata piangendo, non per via della frizione durissima, ma per la commozione, sapendo cosa rappresentava. Noi uomini amiamo guidare, amiamo la velocità: io con la mia Genny ed il mio quad, noi con il furgone Nerissimo00 o con lo Scudo “Gladiatore” per i malati di SLA. Non sono semplici mezzi per andare in giro ma sono belli, fighi, alla moda, perché dobbiamo essere come tutti gli altri. Dobbiamo volare, essere liberi di capottarci anche, ma volare e vivere». La chiusura delle slides di presentazione è una poesia scritta da Torsi, in cui descrive la malattia, paragonandola ad una catena che mentre stai spiccando il volo, si tende fino a bloccarti e tirarti giù. La 500 in restauro della Rhibo vuole spezzare quella catena, per sensibilizzare su un tema sempre attuale.

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